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  • Immagine del redattoreElpidio Pezzella

Dopo la piscina di Betesda

I Giudei perciò dissero a colui che era stato guarito: «È sabato; non ti è lecito portare il tuo lettuccio».

Giovanni 5:10



La scorsa settimana abbiamo seguito, nel racconto del vangelo di Giovanni, Gesù a Gerusalemme durante una “festa dei Giudei”, non meglio specificata. Con lui siamo entrati sotto i portici della piscina di Betesda, tra la folla di “disperati” in cerca di una soluzione al loro dramma, ma con modi più vicini alla superstizione che alla fede. Qui una folla di malati di ogni tipo, esclusi dal tempio per la loro condizione fisica, è accalcata ai bordi della piscina in attesa del movimento “miracoloso”. Mentre loro non hanno alcuna pietà l’uno dell’altro, Gesù arriva lì per salvare ed anche guarire. Lì tra la folla, nota un uomo che ha trascorso trentotto anni a mendicare e a sopravvivere, si avvicina e gli chiede: “Vuoi essere guarito?”. Il poveretto non afferra e comincia a giustificarsi, pensando forse che Gesù lo voleva aiutare a scendere nell’acqua. Poi si sente ordinare: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. D’un tratto l’uomo si alza, prende il suo lettuccio e inizia a camminare. Gesù ha ribaltato la sua condizione. Ma era sabato (v. 9), come ci informa Giovanni.

 

Dopo la paralisi guarita, Gesù deve affrontarne una seconda e più difficile da sanare: quella della religiosità fanatica ed esagerata. Il riposo del sabato era una caratteristica specifica di Israele: ben più di una giornata di svago e che li faceva ritenere dai Romani un popolo di pigri. Rispettare quel giorno era un gesto di obbedienza al progetto di Dio per l’umanità (Esodo 20:8). Come spesso accade però, da un principio condivisibile si era passati a una serie di prescrizioni puntigliose che aveva reso il sabato una schiavitù anziché un’occasione di libertà. Ed ecco che i Giudei (di sicuro figure del mondo religioso) fermano l’uomo notando il materasso di paglia che porta sottobraccio. Incredibile. Sono così concentrati all’osservanza dei precetti da non accorgersi di quanto accaduto: un paralitico che cammina. Questi si trova inquisito per la sua nuova condizione, e come fatto prima con Gesù, prova a giustificarsi: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina"» (v. 11). Diviene così testimone di come Gesù si sia palesato alla sua vita e l’ha cambiata. Ma i suoi interlocutori non sono affatto interessati alla sua condizione fisica. Cercano, senza risultato, il colpevole dell’istigazione alla trasgressione del riposo sabbatico. Del miracolo non gli importa niente. Povertà e cecità umana.

 

Il paralitico non sa ancora chi è Gesù, dato che si è dileguato, fuggendo dall’ovazione della folla e lasciando a noi una lezione fondamentale. Il Maestro non vuole riconoscimenti o pubblicità, differentemente da quelli che rincorrono like e plausi, alla costante ricerca di emergere dall’anonimato. La logica del discepolo dovrebbe essere altra e l’atteggiamento sempre quello di nascondersi in Cristo. Come in altri episodi, Gesù ritrova il miracolato. Questa volta nel tempio, che diviene il luogo dell’incontro. Che bello incontrare il Signore nel tempio! Che bello pensare di avere le chiese sempre aperte! Dio ci incontra nel luogo della nostra sofferenza, ma anche in chiesa. E qui affronta una terza paralisi: «Ecco, tu sei stato guarito; non peccare più affinché non ti avvenga di peggio» (v. 14). Il peccato può paralizzare e impedirci di camminare, allontanandoci da Dio e facendoci cadere in una progressiva debolezza spirituale. Nel momento che escludiamo la Parola di Dio dai nostri cuori, tutto appare confuso, e diventiamo preda dell’ira, dell’invidia, dell’avarizia, della menzogna. Gesù vuole guarirci anche spiritualmente e indicarci la via della salvezza e della salute.

 

Da Betesda al tempio, vediamo quanto ciascuno di noi sta a cuore al Signore, oltre il rispetto legalistico di qualsiasi norma, per giunto manipolata dai religiosi in ogni tempo. Se l’osservanza della Legge, come in questo caso, impedisce di vedere la grandezza dell’opera di Dio, allora non ha senso. Sarebbe importante fermarsi, e quindi avere una “paralisi salutare” per riflettere e correre ai ripari. Non restiamo paralizzati come i Giudei, ottusi osservanti della Legge, che restano chiusi nella loro prospettiva riduttiva dell’agire divino. Alziamoci, imbracciamo il lettuccio della nostra storia passata e camminiamo in novità di vita, a raccontare quanto di buono e glorioso il Signore ha fatto per noi e in noi.



 

 

Piano di lettura settimanale

della Bibbia n. 13

25 marzo Giosuè 22-24; Luca 3

26 marzo Giudici 1-3; Luca 4:1-30

27 marzo Giudici 4-6; Luca 4:31-44

28 marzo Giudici 7-8; Luca 5:1-16

39 marzo Giudici 9-10; Luca 5:17-39

30 marzo Giudici 11-12; Luca 6:1-26

31 marzo Giudici 13-15; Luca 6:27-49


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