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Uccidere come in un videogame

Appena sedici anni, da qualche tempo ospite di una comunità e una nonna che gli faceva da mamma, da quando i genitori lo avevano abbandonato a tre anni. Con lui tra gli alberi del parco due ragazzi cresciuti in buona famiglia, all’ombra dei genitori: uno è figlio di un comandante dei carabinieri, l’altro ha la mamma insegnante e avvocato. Non contano le origini. I tre sono un campione del nostro spaccato sociale, dove si comincia a fumare sempre prima, tanto non fa male (!?), per poi passare presto allo sballo dell’erba.



Quello che avviene di lì a poco sotto gli alberi ci dice che improvvisamente puoi ritrovarti genitore di un ragazzo ammazzato o di un assassino, entrambi reputati figli meravigliosi e incapaci di nuocere a una mosca. Comunque sia, versi fiumi di lacrime. Tutto ciò è raccapricciante, alla luce della facilità con cui si mette fine alla vita di un amico, come accaduto negli scorsi giorni a Pescara, dove due coetanei hanno lasciato morire in una pozza di sangue un loro giovane conoscente dopo avergli inferti una decina di coltellate ciascuno per un debito di poche centinaia di euro.


E se sono due i colpevoli accertati, sulla scena erano presenti altri ragazzi, rimasti inermi spettatori di qualcosa molto più grande e grave dei loro pensieri sterili e freddi. Si tratta di adolescenti appena, che pensano di poter controllare la loro esistenza con la presunzione di adulti esperti, ma non si accorgono che il loro cervello approccia la realtà alla pari di un gamer. Le loro passioni sono alimentate dal web con i suoi influencer senza Dio, i cui valori non hanno radici e il cui piacere è meno che vapore. Perché penso ciò?


L’avvocato degli omicidi ha dichiarato: «Non ci sono ricette, non ci sono segreti. Il mestiere di genitore è semplicemente un mestiere impossibile, nel quale occorre avere fortuna. Non si dica che mancava il controllo dei genitori, perché non è vero. I miei clienti vigilavano sul loro figlio. Chi può giudicare?». Nessuno, né tanto meno io. Però mi sia consentito interrogarmi ad alta voce, come genitore, consapevole di quanto sia difficile badare in tutto e per tutti ai nostri figli.


Stiamo veramente vigilando su di loro? E come? Preoccupandoci che assolvano i loro doveri scolastici in cambio di tutto quello che chiedono? Quali valori stiamo loro trasferendo con la nostra stessa vita? Siamo di quelli che scaricano le responsabilità sempre sugli altri o siamo capaci di metterci in discussione quando qualcosa non funziona? Per pigrizia dove abbiamo lasciato la severità, lo sguardo capace di fermare? Lo so, le domande possono continuare all’infinito. Ma credo che sia buono, di tanto in tanto, fermarsi e valutare quanto stiamo facendo e come. Le risposte le daranno i fatti.


Le parole dell’avvocato paiono una mesta arresa alla “fortuna”, al caso, come se sopra di noi ci fosse una “qualcosa” (la fortuna, per lui) a fulminare improvvisamente qualcuno e a renderlo atto e capace di compiere gesti inconsulti senza la minima emozione. Così è troppo semplice, e instilla uno stato di indifferenza, che neanche la cronaca nerissima scrolla più. Infatti, risalendo un po' l’Italia, a Careggi un diciassettenne ha ucciso la nonna. Anche per lui, nulla di che l’aver alzato la mano contro chi si prendeva cura di lui. Ho la tremenda impressione che questi ragazzi vivano una realtà scollegata, un mondo sempre più virtuale, dove il dolore è come il sonoro di un videogame.


Nei panni di ministro e curatore d’anime, devo constatare come molti genitori stiano lentamente rinunciando alla fede e a Dio, allontanandosi dalla chiesa, non accogliendo più consigli pastorali, e di conseguenza privando i figli dell’ascolto della Parola e di ricevere quantomeno un seme di principi cristiani. Il valore della Grazia cammina di pari passo con la Giustizia, la gioia e il piacere proprio sono imprescindibili dall’amore per il prossimo. “Inculca al fanciullo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne dipartirà”, suggeriva Salomone.


Sarò pure un folle per qualcuno, ma credo fermamente nella validità degli insegnamenti biblici. Restiamo ancorati alla fede e smettiamo di reputare i nostri giovanissimi ragazzi autonomi e capaci di cose più grandi di loro. Devono crescere. Hanno bisogno di punti fermi, e di persone disposte anche a disciplinarli oltre che a fare da bancomat. Dobbiamo dedicare loro il tempo necessario per recuperare la dimensione degli affetti e delle emozioni, imparando a immedesimarsi nell’altro che ha le stesse passioni. Dobbiamo essere al loro fianco per evitare che un moto di rabbia incontrollato diventi violenza, abuso, e finanche omicidio. Se fosse un gioco staccheremmo la spina, ma è la cruda realtà.

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