• Elpidio Pezzella

Un Re senza corona

“Il pastore è un Re senza corona, un principe senza anello;

Un gigante che nessuno può affrontare, una formica che tutti possono schiacciare.

Il pastore può scalare le più alte vette del successo

e sprofondare nella valle più profonda dello scoraggiamento senza perdere mai di vista il suo maestro.

Quando entri nello studio del pastore percepirai un sacro timore divino,

perché lì c’è un uomo che serve Dio”.

Queste parole sono raccolte in un quadro affisso nel mio Ufficio pastorale e aiutano chi entra e chi vive all’interno dello studio a considerare la forza e la fragilità dell’uomo di Dio. Di fronte al caso di un suicidio, possiamo provare ogni compassione umana per la vita perduta e per il dolore di chi perde la persona amata. Quando il caso riguarda un ministro, dovremmo considerare l’evento come la disfatta spirituale del suicida, la sconfitta del vangelo che ha ispirato la sua vita, la chiamata e il servizio. Poiché la fine vita per mano propria diventa la contraddizione di ogni passo, azione, predica, preghiera svolta dal predicatore. È un evidente scandalo che turba i cuori di quelle anime che fondano certezze sulle verità scritturali insegnate. Pecore che sono condotte per mano dal proprio curatore verso una principio di verità per cui il male non prevale sul bene si ritrovano improvvisamente lasciate in balìa di un impenetrabile interrogativo sul vero senso di questa verità. Come scritto dall’autore il tema però non è il suicidio, che chiude la porta della speranza, della rinascita, e della “Buona notizia” in Cristo. Si percepisce quel grido che ha accompagnato tutti i più saggi uomini di Dio, troppo frettolosamente elevati al cielo e poi ugualmente sepolti senza avviso. “Se avessi un pastore…”, scriveva il compianto Roberto Bracco.

Sicuramente, anche questi sono i segni dei tempi che viviamo, gli ultimi tempi: abbandono del ministero, cadute rovinose, scandali morali ed altre “battaglie di Waterloo” ministeriali. Il combattimento è più feroce, i deboli sono quelli maggiormente esposti agli attacchi più violenti, ed a loro deve andare la nostra principale attenzione. Dovremmo però nello stesso tempo preoccuparci di rallentare la corsa affannosa di credenti mediocri verso gli allori del ministero e aiutarli a riconsiderare che la chiamata pastorale è più croce che medaglie, più cicatrici che gradi, più lacrime che soddisfazioni. Solo chi è pronto a pagare questo prezzo può essere candidato alla cura del gregge. Salviamo i non pastori.

L’articolo del pastore Elpidio è un grido di allarme indirizzato soprattutto ai pastori, i conduttori di anime, sempre più “uomini soli”, e non sempre per scelta. La delicatezza dell’argomento non è materia per tutti gli appetiti. Reca profonda tristezza considerare le possibilità disastrose per alcuni, mentre è quanto mai opportuno riflettere sulla salute e sul benessere psicofisico dei ministri, strumenti vitali per il benessere comunitario. In tale ottica si colloca anche l’ampia intervista al dottore Adragna che invita ad ulteriori considerazioni. Ritengo utile riflettere sul perché accadono queste cose, nasconderle non ci aiuterà a combatterle. Scoprire il male ci aiuterà a combatterlo.

Michele Passaretti

Presidente Movimento delle Chiese Evangeliche Nuova Pentecoste

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Un Re senza gloria

(un’esplorazione sull’esaurimento dei curatori di anime)


Chiunque è nel ministero cristiano avrà familiarità con queste parole: “Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Così dunque, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:9-10). Temo purtroppo che molti di coloro che si adoperano per il bene (per vocazione e/o professione) cominciano ad essere stanchi, mentre tutti conoscono momenti di stasi e sterilità: “I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono” (Isaia 40:30). E se i buoni abbandonano la battaglia, la nostra comunità umana correrà il rischio di un impoverimento valoriale. Questo scritto nasce con l’intento di sensibilizzare la coscienza su un concreto problema della nostra generazione, non del tutto considerato nella sua portata, e nello stesso tempo incoraggiare quanti cominciano a sentirsi in minoranza a prendere coscienza di far parte di una minoranza necessaria, di coloro che sperano nell’Eterno e acquistano nuove forze per continuare. Ogni fico potrà conoscere periodi di sterilità che lo proietteranno ad un impietoso abbattimento, se non avrà sulla sua strada un vignaiolo disposto a prestargli le cure necessarie e a sporcarsi le mani (Luca 13:6-9). Andiamo per ordine.


Il suicidio (25 agosto 2018) di Andrew Stoecklein, giovane pastore di Inland Hills, una grande chiesa adenominazionale a Chino (California), ha sollevato il velo sul tragico stato di alcuni responsabili di anime e del peso ministeriale sotto il quale ultimamente stanno vacillando e crollando. Si tratta solo di un eclatante caso di una lista che va infittendosi e travalicando confini geografici ed esperienziali. A novembre del 2013, era stato Teddy Parker Jr., 42 anni, pastore della Bibb Mount Zion Baptist Church di Macon (Georgia), ad ammazzarsi sparandosi fuori casa di domenica mattina, mentre sua moglie, i suoi due figli e 800 membri della congregazione lo aspettavano in chiesa. Si scoprì che tempo prima aveva confessato di non sentirsi ascoltato da Dio. E chi di noi non l’ha mai pensato? Chi lo conosceva lo descrisse come un “ottimista, un pastore premuroso che si prendeva cura delle persone, in particolare dei bambini”, capace di ispirare tanti e che non mostrava segni di problemi finanziari o di altro genere. Infatti la chiesa cresceva ed era in procinto di costruire un nuovo locale. Per altri l’arresa è causata da pressioni non sempre gestibili, particolarmente quando riguardano faccende della vita privata, che per un qualche motivo diventano di dominio pubblico. Pressioni che ledono la stabilità fino a far traballare le convinzioni personali, come nel caso del 57enne Dan Johnson, deputato e pastore della Heart of Fire Church in Kentucky. Sposato con cinque figli, nel dicembre 2014 ha posto fine a una vita diventata insopportabile, macchiata per sempre dalle accuse di aver molestato una ragazza diciassettenne la sera di Capodanno di 4 anni prima. Per altri, sono i familiari a gettare la spugna. Ad aprile 2013, un grave lutto aveva colpito anche il noto pastore Rick Warren, leader della Chiesa evangelica Saddleback di Lake Forest, in California, la più grande delle Chiese evangeliche cristiane degli Stati Uniti ed innegabilmente tra le figure religiose più popolari negli Stati Uniti. Il figlio ventisettenne Matthew si è suicidato, con un colpo di pistola. Da molti anni soffriva di una grave forma di depressione. In Italia si annovera il caso del pastore Paul Finch, suicida il 27 luglio 2015 a Ferrara. Si tratta solo di un piccolo dato di quello che sta accadendo a livello mondiale.

Volutamente lascio da parte ogni opinione teologica sul suicidio, dietro al quale ci sono battaglie e sconfitte, tentazioni e resistenze, menzogne e verità, il diavolo e Gesù, ma sempre e comunque tanto dolore e sofferenza. Mi sono invece chiesto (e spero tu lo possa fare con me) perché in una società sempre più vorticosa, dove i ritmi frenetici lanciano alcuni fuori dagli schemi e da ogni orientamento anche quelli chiamati e preposti ad essere guida ed esempio vanno in crisi e scelgono come vie di fuga il suicidio. Se ci sono fuochi che stanno bruciando sotto la cenere del segreto personale di qualche mio collega e che improvvisamente potrebbero provocare incidenti irreparabili, possano essere domati da queste riflessioni. Mentre prego che tutti i credenti possano prendere consapevolezza del delicato lavoro sostenuto dai conduttori e adoperarsi a sostenerli secondo le loro possibilità, auspico poi che nessuno usi questo lavoro per accusare, schernire o denigrare... L’atomizzazione del protestantesimo, scisso in molteplici forme e denominazioni, rende però impossibile un discorso unico sull’ufficio del pastore, vario a secondo dell’ecclesiologia che lo rappresenta. In questa sede intendo riferirmi a un ministero riconosciuto ed approvato da una collegialità ecclesiale, cui questo si rivolge, appartiene e dipende, e/o a responsabilità da esso demandate. Escludo quindi tutti quelli che appartengono al “fai da te”, che senza investitura e riconoscimento alcuno, macellano e torturano il gregge del Signore e che meriterebbero altri approfondimenti.


Nell’interrogarmi, ho esplorato il campo con la diretta consapevolezza di quella che è nota come “fatica del ministero”, anche se preferisco “il logorio del ministero”. Il rimando biblico alla figura agreste del pastore implica uno sforzo e una fatica: tempo lontano da casa, luoghi spesso impervi e condizioni atmosferiche variabili, rendono la difficoltà dell’ufficio pastorale, riconosciuto da servitori di lungo corso come “il ministero più difficile”. Per assolvere appieno alla cura pastorale, occorre del continuo confrontarsi con situazioni che rendono necessario studiarsi di presentare sé stessi approvati davanti a Dio e agli uomini (2Timoteo 2:15). Per testimoniare che non cerco alibi per nessuno, sono convinto come acclarato a livello scientifico che “la religiosità attiva è un marker che caratterizza una popolazione che ha minor rischio di morte, in virtù di un insieme di fattori protettivi, come migliori stili di vita e maggiore propensione alle relazioni sociali. Lo spirito religioso si associa in genere ad un’attitudine mentale positiva, che 'protegge' da malattie che si associano a personalità poco duttili, come ictus o colite ulcerosa. Ed è infine documentato che la religiosità protegge dalla depressione, notoriamente a sua volta associata a malattia e morte". Queste le parole all’ANSA del professore Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società Italiana di Geriatria e Gerontologia. Il cammino di fede è salutare: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10). Chi non conosce soggetti che erano proiettati nel baratro, “perduti nel fango del peccato” e che la grazia ha rinnovato e totalmente trasformato?! Tornando al vignaiolo della parabola lucana, soggetto a me particolarmente caro, il suo è un impegno a termine: si dispone a offrire cure solo per un anno. Il che potrebbe suggerirci che l’esercizio ministeriale necessita di variare nei destinatari, nel tempo e forse anche nei modi, o quantomeno a tener conto di queste possibilità per far fronte ai rischi di logoramento.


Dal 1974 si parla di “burnout”. Cos’è?

Herbert Freudeberg, uno psichiatra che lavorava come assistente volontario in una clinica di riabilitazione per tossicodipendenti lo utilizzò per descrivere il cambiamento dei volontari dall’entusiasmo iniziale a stati depressivi e di disturbi mentali nel tempo. Infatti, si tratta dell’esaurimento emotivo che colpisce più spesso le persone che lavorano nelle cosiddette professioni di aiuto, che includono anche la cura di anime. L’incontro dei bisogni dell’utenza porta l’operatore (caregiver, nel nostro caso il servitore/ministro) a trascurare inconsapevolmente i propri bisogni e le proprie motivazioni. Questo atteggiamento si trasforma gradualmente in un senso di impotenza, disagio che rende l’operatore, vittima del disagio stesso. Il buon samaritano non perse di vista il suo viaggio, ma dopo aver prestato soccorso al povero bisognoso, lo affidò alle cure di un locandiere, mentre lui continuò per la sua strada. Eppure anche l’ambito del ministero pastorale, dove vi sono sempre persone, da non confondere mai con fantomatici supereroi, risente periodicamente di queste manifestazioni comportamentali e psicologiche:

  • sentirsi emotivamente svuotato, per effetto di un aridimento emotivo nel rapporto con gli altri;

  • atteggiamento di allontanamento e di rifiuto nel confronto di coloro che ricevono o richiedono la cura; un prossimo sempre più lontano;

  • sentirsi inadeguati al compito, caduta dell’autostima e sensazione di sconfitta; si pensi ad Elia sotto la ginestra, ma anche a Davide dopo l’incontro con Natan.

A ciò si possono associare anche dei sintomi somatici e l’insorgenza di vere e proprie patologie (ulcere, cefalee, disturbi cardiovascolari, difficoltà nella sfera sessuale) o finanche nel tempo l’abuso di sostanze (alcool, psicofarmaci). Questa condizione non rappresenta soltanto un problema dell’individuo, ma si propaga inevitabilmente al team di appartenenza, intaccando e condizionando quindi anche il servizio di altri.


Il tragico epilogo suicida di Stoecklein, ritrovatosi probabilmente inesperto e non adeguatamente preparato a raccogliere l’eredità spirituale del padre, favorisce una considerazione in merito a quanti vengono introdotti al ministero senza un adeguato periodo di prova, e/o quanti invece si sono lasciati affascinare dall’esercizio pastorale altrui reputandolo alla propria portata, senza conoscerne il background: quel che si vede di un iceberg è solo la punta di un’enorme massa nascosta sotto l’acqua. Tutti dovrebbero imparare a fare i conti con la realtà, prima di gettarsi in imprese troppo grandi da sostenere e rischiare di sentirsi dire: “Quest'uomo ha cominciato a costruire e non ha potuto terminare” (Luca 14:28-31). Ove possibile, nelle chiese più grandi, con una struttura ministeriale consolidata nel tempo, i nuovi pastori devono essere sempre provati (1Timoteo 3:10). Solo dopo una prova potranno svolgere «il loro servizio se sono irreprensibili». Ciò non salvaguarderà soltanto il ministero in generale, ma eviterà che un ministro possa soccombere sotto un peso superiore alla sua portata e si limiteranno anche le possibilità di scandalo. Si salveranno gregge e pastore. Volendo poi lavorare di precauzione, sarà buono tenere conto delle direttive paoline: ricordarsi «di ravvivare» (2Timoteo 1:6) e «non trascurare il dono» (1Timoteo 4:13). Nel suo commento a 2Timoteo 1:6 il pastore John McArthur indica che il termine greco “ravvivare” significa letteralmente “tenere il fuoco in vita”, e che Timoteo non poteva lasciar cadere in disuso il dono ricevuto. Sembra assurdo, le indicazioni bibliche piuttosto che proporre un meritato riposo o un semplice “staccare la spina” ci inducono a ritenere che il rimedio al logorio è l’uso, l’esercizio del ministero. Occorre quindi sviluppare una consapevolezza dell’esercizio, trovando il giusto equilibrio di modalità e tempi per un efficace servizio a favore della comunità ecclesiale. Nell’azione di “ravvivamento” il ministro deve attingere alle risorse spirituali, rifugiare la sua vita nella preghiera alla ricerca della guida e dell’aiuto divino, fare un elenco delle difficoltà da presentare al Signore chiedendo aiuto per riesaminare le proprie priorità, procedere per livelli e fare delle scelte. Ed ancora, condividere con un ministro amico le gioie e i dolori, le soddisfazioni e le preoccupazioni.


Per fare ulteriormente luce sulla tematica, non ho esitato a chiedere le opinioni di ministri con maggior esperienza e dalla caratura internazionale, i quali hanno concordato sulla tristezza di un evento, che per lo più palesa un indebolimento spirituale e psicologico individuale, che deve essere affrontato con tutto il discernimento possibile e con la necessaria autorità spirituale. “È chiaro che il nemico mira a colpire coloro che sono in posizione di leadership nella chiesa. Ma siamo vincitori e dobbiamo esserlo per la fede nel sangue e l’incoraggiamento che ci viene dalla Scrittura e dagli altri fratelli. La mancanza di speranza è un segno chiaro dell’opera del nemico; dobbiamo resistergli e pregare per i pastori” (Judith Butler). E sull’incoraggiamento si sono concentrati in diversi. “È importante incoraggiare i leader ad avere una vita più equilibrata e a non stancarsi troppo, ma a far crescere la gioia del Signore nella loro vita” (Cecil Stewart). Potrebbe essere anche conseguenza di qualche malattia. In tal caso è molto difficile da affrontare e richiede il giusto discernimento. Juancarlos Ortiz ha raccontato che nella chiesa "Christal Cathedral" di Anaheim (California), il direttore del coro si suicidò in un ufficio della chiesa stessa. Era un cristiano esemplare, ma molte volte aveva detto che si sarebbe ucciso. In diverse occasioni la sua famiglia, il pastore, e altri lo avevano convinto a non farlo. Era bipolare, aveva alti e bassi ed era in cura da un medico. Un giorno si rinchiuse in chiesa con una pistola e nessuno fu in grado di impedire che si uccidesse. Eppure tutti lo amavano, era intelligente, aveva un buon salario, una bella famiglia, era un credente... Purtroppo un medicinale che gli era stato d’aiuto per molti anni aveva cominciato ad avere pesanti effetti collaterali fino a portarlo al suicidio. Jaime Miron della Palau Association ha elencato alcuni motivi per comprendere quel che può accadere. Innanzitutto, la solitudine di chi è al timone. In alcune chiese è molto difficile trovare un vero amico quando sei un pastore, e non dovrebbe essere così. Non solo un pastore dovrebbe avere amici intimi nella congregazione, ma dovrebbe anche frequentare un studio biblico nella sua chiesa tenuto da altri. Poi, il senso di inadeguatezza nell’affrontare decisioni difficili, soprattutto se in contrasto con le aspettative della comunità. In linea con quella che era la struttura messa in piedi dall’apostolo Paolo, suggerisce di avere una squadra ministeriale per condividere la visione e valutare insieme il da farsi. Alcuni pastori poi scoprono il peso pastorale solo quando assumono l’incarico. E questo è accentuato nelle realtà dove il pastore è al centro di tutto. L’alternativa è la stessa, un valido gruppo con cui condividere il peso. Il pericolo maggiore restano però le critiche e i soprusi. La critica costante e incessante toglie forze, e pianta gradualmente una forma di depressione. Siccome non succede da un giorno all’altro, è importante occuparsi e spegnere le critiche sul nascere. Da ultimo, non possiamo ignorare la guerra spirituale. Il diavolo amerebbe sconfiggere i “leader” per indebolire il ministero. Un ventaglio, seppur breve, di ragioni, ma che fornisce una visione allargata.


In ultimo ho realizzato un’intervista con il pastore Mauro Adragna (nella foto), professionalmente impegnato anche sul campo medico. Adragna è medico specialista in psichiatria. Ha svolto nel corso degli ultimi venti anni conferenze su tematiche come rinnovamento della mente, guarigione interiore, demonologia, prevenzione e cura dei disturbi d’ansia e depressivi.

D. In una società sempre più vorticosa, dove i ritmi frenetici lanciano alcuni fuori dagli schemi e da ogni orientamento, cresce il numero dei suicidi. Ne stanno facendo le spese anche alcuni pastori, nonostante vi siano ampie ricerche che documentano che la religiosità protegge dalla depressione, notoriamente a sua volta associata a “malattia e morte". Come spiega invece questa tendenza suicida?

R. È vero che la religiosità protegge dal suicidio, ma si tratta di una fede reale nella grazia di Dio che ci libera dalla trappola della performance, ovvero dal dover dimostrare a noi stessi o agli altri una sorta di perfezione. La realtà del pastore che vive grandi disagi è una realtà sempre più comune. Una statistica fatta negli USA non molto tempo fa dimostra che, su di un campione di migliaia di pastori intervistati, circa l’80% soffrivano di vari disturbi di tipo depressivo, da una forma più lieve ad una più grande. Un altro dato emerso è che il 70% sosteneva di non avere un vero amico: spesso l’essere pastori o identificarsi con il ministero impedisce di comprendere che vi è necessità di guarigione interiore in tante aree. Spesso essendo troppo occupati o avendo standard troppo elevati, sia di tipo etico morale o anche di performance carismatiche, questi finiscono per vivere degli sdoppiamenti, mostrano all’esterno la facciata di un super ministro ma nel rapporto con se stessi o in famiglia sono fallimentari. L’aspetto più grave è il loro non farne menzione con nessuno. Spesso ho riflettuto sul “quando il pastore ha bisogno del pastore”. In realtà i pastori avrebbero bisogno di confrontarsi con altri per esprimere la loro debolezza e fragilità, così da guarire da amarezze, risentimenti, tensioni, conflitti di vario genere e che possono sfociare in problemi depressivi anche gravi, e condurre addirittura al suicidio.

D. La depressione nel passato era classificata come una "possessione". Ho visto tante volte pregare per persone con disturbi "psichici" e non ho visto nessuno liberato (esorcizzato) all’istante, se non attraverso un percorso di “riabilitazione”. Dalla sua prospettiva di pastore e medico, si può venire fuori dal baratro della depressione? La questione come deve essere ascritta?

R. Sebbene molti psichiatri si ostinino ad attribuire la depressione ad un problema legato ai neurotrasmettitori chimici, essa è invece causata da una modalità particolare di elaborazione dei vissuti dolorosi. Spesso essa è collegata alla difficoltà di esprimere quelle parti della personalità più aggressive che potrebbero e vorrebbero rivalersi e farla pagare agli altri. La depressione ha senza dubbio le valenze della ribellione, della rabbia, della protesta e dell’orgoglio; in qualche modo questo può venire amplificato da una dimensione demoniaca. Spesso capita che io tratti l’argomento demoni, esorcismo e malattie mentali; sicuramente l’azione del diavolo non è contrastabile se nel soggetto vi è una rabbia verso se stesso o persino un desiderio di morte che a sua volta può essere amplificato da realtà spirituali che cavalcano quei meccanismi di “Colpevolizzazione”, “Autocondanna” ed “Autopunizione”. Ecco perché non è sufficiente sgridare, ma al di là di un provvisorio appoggio terapeutico di tipo farmacologico, bisogna portare la persona a comprendere meglio gli stati d’animo, le proteste, le ribellioni, le amarezze, i risentimenti, gli scioperi inespressi, che stanno dietro al meccanismo depressivo. È necessario guidare le anime ad una progressiva riconciliazione con il passato, naturalmente attraverso la scoperta di come Dio ci ha perdonati (passato, presente e futuro) scoperta che ci dona la capacità di perdonare gli altri rappacificandoci con essi, e che sana il dolore di tutti gli eventi traumatici che hanno segnato la nostra personalità sin dall’infanzia.

D. Il numero crescente di suicidi tra i pastori è preoccupante, anche se riguardano la realtà oltreoceano (con qualche caso in Nord Europa). La condizione italiana ci vede indenni per quale motivo? O nella realtà corriamo gli stessi rischi?

R. Ritengo che la tendenza al suicidio o la depressione grave si stia sviluppando anche in Italia e possa essere collegata a vari fattori. Uno potrebbe essere lo spirito legalistico, con la tendenza a voler vivere un livello di santità superiore alla misura delle risorse scoperte nell’eredità che Dio ci ha dato in Cristo. Questo ovviamente succede facilmente e sfocia nella cosiddetta “sindrome di burnout” nelle persone che si occupano tendenzialmente di altri: medici, infermieri, pastori e persone che in un certo qual modo ignorando i loro bisogni o quelli della propria famiglia si dedicano in maniera estrema all’aiuto dell’altro. Oltre l’aspetto legalistico, vi è un altro fattore che sta influenzando il palcoscenico italiano cioè l’idea dell’onnipotenza spirituale, quei movimenti spirituali che esasperano il concetto di successo, prosperità, di guarigione e che in qualche modo creano uno sdoppiamento tra la realtà fantasticata super spirituale e una verità che invece non corrisponde sempre a queste dichiarazioni, proclamazioni o decreti che vedrebbero il cristiano quasi sempre invulnerabile e sempre al di sopra di ogni cosa. La dissonanza dalla vita reale creerebbe molte frustrazioni e anche queste valutazioni fallimentari inducono la persona a mettere in dubbio probabilmente anche la sua fede, optando per una elaborazione autopunitiva. Bisogna oltretutto ricordare che spesso i ministri si identificano così tanto con i loro ministeri da sottovalutare l’importanza di una maturazione del carattere. Troppi carismi e poco carattere.


D. Tendenzialmente i pastori nostrani (mi riferisco ad ambito pentecostale, dove seppur negli ultimi anni è cresciuto il livello di formazione, molti sono "autodidatta") svariano su tutto lo scibile, esercitando una "cura" multilivello. Nel suo caso, essere specialista della materia a livello medico, è un aiuto? La cura pastorale dove finisce e quando inizia l’ambito medico?

R. Sono sempre più convinto che i pastori, al di là della loro tendenza alla tuttologia, dovrebbero confrontarsi con alcuni concetti di base della psicologia, non perché essa abbia la capacità di guarire ma solo perché può portare a conoscenza quelle problematiche, dare un diritto di residenza a quelle scorie che noi stessi rifiutiamo di consapevolizzare, quelle cariche esplosive che vengono a manifestarsi quando meno ce lo aspettiamo: la conseguenza di ciò, come una bomba ad orologeria, determinerà “morti e feriti”. Sarebbe, quindi, opportuno avere momenti di confronto che non siano considerati antispirituali, anzi che diano una coscienza più grande, relativamente alla nostra triplice natura di spirito, anima e corpo. In questo senso il curatore d’anime dovrebbe conoscere qualche elemento di psicologia e dovrebbe avere competenza su alcuni punti o poter beneficiare del supporto di qualche psicologo cristiano, se si trova di fronte a problemi di disagio psichico superiori alla sua capacità di gestione, evitando soprattutto quei suggerimenti inutili se non inopportuni del tipo: “prega di più”, “invoca il sangue di Gesù”, “caccia il pensiero o i demoni di malattia mentale”, etc. Questi suggerimenti, apparentemente biblici, se non passano attraverso una rivelazione, diventano una sorta di forzatura o induzione ad un training autogeno, determinando talvolta un vero e proprio lavaggio del cervello, e portando il credente a vivere la sua appartenenza/dipendenza ecclesiale come una sorta di ansiolitico. Credo che la psicologia e la cura delle anime debbano camminare assieme e debbano poter aiutare a promuovere dei veri processi di fede nelle persone, in modo da compiere un vero cammino di rinnovamento mentale senza determinare degli stereotipi religiosi. Ciò che dobbiamo scoprire è la perfezione che ci è stata donata come una identità nuova, trasferendola gradualmente sul piano della psiche, dell’anima, lasciando che le modalità e i meccanismi di difesa umani che risultano inefficaci quando provati dai test della vita, vengano progressivamente sostituiti da nuovi “habitus mentali”, “per spogliarvi, per quanto riguarda la condotta di prima, dell'uomo vecchio che si corrompe per mezzo delle concupiscenze della seduzione, per essere rinnovati nello spirito della vostra mente e per essere rivestiti dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e santità della verità” (Efesini 4:22-24).


D. In America, appena scoppiato il problema, si è corso ai ripari. Già da un decennio non solo si riflette a riguardo, ma si sono intraprese attività mirate a sostegno dei ministri. La comunità italiana può fare qualcosa per sostenere i propri conduttori?

R. Senza alcun dubbio, non bisogna aspettare che si verifichino altre situazioni distruttive come quella del pastore americano che si è tolto la vita. Capita che io tratti la depressione di tanti responsabili, pastori e preti; per questo si potrebbe affrontare il tema iniziando a creare un clima favorevole con degli incontri in cui si esternano le proprie debolezze e fragilità, senza paura del giudizio altrui, smettendola di confrontarsi solo con il numero dei risultati ecclesiali in termini di grandezza delle strutture ecclesiali o di numeri di persone battezzate. Dovrebbe crearsi un ambiente dove la persona può comunicare veramente, difatti la confessione tra gli uni e gli altri è fondamentale, in essa c’è grande guarigione ed una presa di coscienza di queste realtà: “Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti” (Giacomo 5:16). Oltre a questo vi potrebbero essere consigli e chiarimenti che uno psicoterapeuta cristiano potrebbe dare, come anche spunti di riflessione per uscire dalle trappole e soprattutto piuttosto per saperle prevenire. Va sempre a tal riguardo risottolineato che prevenire è sempre meglio che curare.

D. Infine, Lei è autore del libro “Fuori dalla trappola. Riflessioni di uno psichiatra cristiano. Prevenire i disturbi d’ansia e depressivi” (Edizioni CLC), di cui incoraggio la lettura. Brevemente un consiglio di prevenzione.

R. Elencare brevemente suggerimenti per la prevenzione non è semplice, ma certamente uno di questi potrebbe essere la necessità di meglio comprendere il valore della grazia, aspetto fondamentale nel cristianesimo: capire che Cristo col Suo sacrificio ci ha dato una nuova identità e che non abbiamo bisogno di fare pressione o mettere in atto un nostro sforzo etico morale. Difatti nell’anamnesi di chi sviluppa la depressione vi è una sorta di perfezionismo e un tentativo di essere Dio, vi è un volersi liberare dal male con uno sforzo umano come una specie di auto salvezza. Questo atteggiamento, difatti, è in qualche modo legato all’orgoglio, poiché si vuole espellere il male senza l’aiuto di Dio. Questo conduce spesso a dei rimedi peggiori del male stesso, e la malattia mentale ne è la dimostrazione. Oggi non solo la malattia mentale ma anche i disturbi più frequenti riguardanti il sistema immunitario, quello endocrino e quello neurovegetativo, colpiscono quelle persone che hanno difficoltà a dare un linguaggio alle proprie emozioni negative, difficoltà a descrivere la loro carica aggressiva. Un primo consiglio che posso dare è quello suggerito dall’apostolo Paolo di imparare ad arrabbiarsi ma a non fallire “Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira” (Efesini 4:26). Questo comporterebbe di dare un linguaggio alla propria aggressività, evitando lo svilupparsi di una rimuginazione silenziosa che non fa altro che dare spazio al diavolo. Spesso alla base dei disturbi d’ansia e depressivi vi è il dolore straziante inconscio legato a situazioni conflittuali e traumatiche non elaborate, che anziché portare ad una metanoia (ravvedimento) portano alla paranoia, con la conseguenza di sentirsi vittima giustificata o ingiustificata degli altri. Un’elaborazione senza Dio della nostra tristezza, produrrà morte con aggressività indirizzata agli altri o a noi stessi. Risulta quindi, ai fini di una vera prevenzione la comprensione di ciò che Cristo ha già compiuto per noi, la cognizione che tutti i pezzi di ricambio sono già forniti nella nostra nuova identità e che il cammino cristiano si esprime con una santità progressiva.


Eccoci alla fine. Quando la vita rovescia la nostra barca alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo “resalio”. Probabilmente deriva da qui la resilienza, il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità. L’apostolo Paolo esortava: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Romani 12:21). Ogni bisognoso attende il soccorso di un samaritano, e il mio desiderio è che ogni samaritano non sia irrimediabilmente esaurito dall’impegno e dal compito di soccorrere.

Caro collega e conservo, mai dovremmo lasciarci vincere o convincere di non essere all’altezza o che non vale la pena continuare. Se stavi toccando il fondo, spero questo articolo ti sia stato di aiuto a risalire.

Caro/a credente, che hai sempre guardato al pastore come ad una persona perfetta, integerrima, incrollabile, forte, efficiente, paziente, (aggiungi tu gli altri aggettivi), spero da ora muti la tua considerazione nei suoi confronti e ti renda pronto e disponibile a dargli una mano. Di certo non ti chiedo di difendere l'indifendibile, ma solo di amare chi finora si è speso nel servirti, sforzandosi di seguire l'esempio del Maestro. Consapevole che il tema merita altre e più approfondite riflessione, affido quanto prodotto all’utilizzo personale di ciascuno con la speranza di essere riuscito almeno ad offrire un punto di partenza.


CONSIGLI

Per scoprire l'abbraccio del Padre, ti consiglio Un padre e due figli (BE edizioni, per il cartaceo)

Leggi anche il mio libro Dormire in chiesa


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Un Re senza coronapdf



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Foto tratte da www.freeimages.com


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