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Un testo che sorprende

  • Immagine del redattore: Elpidio Pezzella
    Elpidio Pezzella
  • 9 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

La cura del letame è un testo che sorprende già dal titolo, perché ribalta un’immagine che normalmente associamo allo scarto, al rifiuto, a ciò che si vorrebbe tenere lontano. Elpidio Pezzella, invece, costruisce attorno al “letame” una metafora potente, capace di parlare alla vita spirituale contemporanea con un linguaggio concreto, agricolo, quasi rude, ma proprio per questo autentico. Il libro nasce dalla parabola del fico sterile narrata nel Vangelo di Luca, ma non si limita a commentarla: la usa come lente per osservare la condizione umana, le sue stagioni di aridità, le sue attese, le sue possibilità di rinascita.


Pezzella non affronta la parabola come un esegeta accademico, bensì come un pastore che conosce le fragilità delle persone e le dinamiche delle comunità. Il suo approccio è narrativo, meditativo, e spesso confidenziale: sembra di ascoltare un uomo che ha visto molte vite attraversare momenti di sterilità spirituale e che ha imparato a riconoscere la grazia proprio dove nessuno la cercherebbe. Il “letame”, infatti, diventa simbolo di tutto ciò che nella vita appare inutile, sporco, pesante, ma che, se accolto e trasformato, può diventare nutrimento. È una metafora che non si limita alla dimensione religiosa: parla anche delle esperienze difficili, delle ferite, delle cadute, dei fallimenti che, se guardati con onestà, possono diventare terreno fertile per una nuova maturazione.


Il libro insiste su un concetto fondamentale: la cura richiede tempo. Il vignaiolo della parabola chiede un anno in più, un tempo supplementare, un margine di grazia. Pezzella interpreta questo gesto come la cifra della pazienza divina, una pazienza che non si arrende davanti alla sterilità, che non condanna, che non elimina ciò che non produce frutto, ma che insiste, che concima, che attende. È un messaggio profondamente controculturale in un mondo che pretende risultati immediati, che scarta ciò che non funziona, che non tollera lentezze o fragilità. Il libro, invece, invita a riconoscere che la crescita spirituale è un processo lento, spesso invisibile, e che la cura non è mai un atto violento, ma un gesto di accompagnamento.


Dal punto di vista stilistico, Pezzella adotta una scrittura limpida, accessibile, priva di tecnicismi, ma non per questo superficiale. La sua prosa è scandita da immagini bibliche, da richiami alla vita quotidiana, da riflessioni che oscillano tra la meditazione personale e l’osservazione comunitaria. Il tono è caldo, pastorale, e spesso incoraggiante: il lettore non si sente giudicato, ma accompagnato. È evidente che l’autore conosce bene le dinamiche della cura spirituale e che ha scelto di parlare con sincerità, senza retorica, senza trionfalismi, senza la tentazione di trasformare la fede in un esercizio di perfezione morale.


Uno degli aspetti più interessanti del libro è la capacità di rendere attuale una parabola antica. Il fico sterile diventa simbolo delle persone che attraversano periodi di stanchezza, delle comunità che non riescono più a generare entusiasmo, delle relazioni che sembrano non dare più frutto. Il vignaiolo, invece, rappresenta la figura di chi non si arrende, di chi continua a credere nella possibilità di un cambiamento, di chi sceglie di “sporcarsi le mani” per aiutare l’altro a ritrovare vitalità. In questo senso, La cura del letame è anche un libro sulla responsabilità reciproca: nessuno cresce da solo, nessuno si salva da solo, nessuno rifiorisce senza qualcuno che si prenda cura.


Il limite del libro, se così si può chiamare, è che la sua prospettiva è fortemente pastorale e confessionale: chi cerca un’analisi più accademica o un approccio storico-critico potrebbe trovarlo troppo devoto. Ma questo non è un difetto: è una scelta precisa. Pezzella non vuole fare teologia da cattedra, vuole parlare alla vita reale dei credenti, alle loro fatiche, alle loro domande, alle loro stagioni di silenzio. E lo fa con una sincerità che rende il libro non solo leggibile, ma anche utile.


In conclusione, La cura del letame è un testo che riesce a trasformare una parabola breve in un percorso di riflessione profondo. È un libro che non offre soluzioni immediate, ma che invita a guardare con occhi nuovi ciò che sembra inutile, sporco, insignificante. È un libro che parla di pazienza, di cura, di grazia, di rinascita. È un libro che ricorda che anche il letame, se accolto e trasformato, può diventare vita.


Vincenzo Quarantiello

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