• Elpidio Pezzella

Dio cura il nostro errato pensare

Aggiornato il: mar 1

«Tu hai avuto compassione per la pianta per cui non hai faticato né hai fatto crescere, e che in una notte è cresciuta e in una notte è perita. E non dovrei io aver compassione di Ninive, la grande città, nella quale ci sono centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e una grande quantità di bestiame?».

Giona 4:10-11

Nel 587 a.C. Gerusalemme è assalita e invasa da Nabucodonosor II, il tempio distrutto e gli ebrei deportati in Babilonia. Dopo settant’anni alcuni fanno rientro in patria dopo l’editto di Ciro, mentre altri preferiscono restare nella diaspora. Tornare a Gerusalemme voleva dire non solo riedificare le mura e il tempio della città, ma ricostruire l’identità del popolo. La comunità giudaica risorge sotto l’ombrello di sacerdoti e scribi, la cui opera diventa una miscela di nazionalismo e religione. Ecco allora che ai tempi di Esdra e Neemia, per ridare l’identità di popolo puro secondo la verità mosaica si cominciò a vietare ogni contatto con le popolazioni straniere, comandando a coloro che avevano sposato donne forestiere di mandarle via. Se Dio aveva a cuore tutte le genti come è possibile che inducesse ad allontanare quelli che erano diventati parte di loro? Le donne cacciate dagli editti di Esdra e Neemia (Esdra 9-10, Neemia 9) erano le madri dei bambini che rimanevano lì e ai quali era sottratto l’affetto materno. Dio, invece, che è interessato soprattutto a coloro che non sanno distinguere la destra dalla sinistra, come poteva disinteressarsi di costoro e trascurare anche i loro figli?


Il libro di Giona è redatto probabilmente in questo periodo e può essere diviso in due sezioni: nella prima non risponde positivamente alla chiamata, come farà nella seconda. È troppo condizionato dal risentimento nei confronti dei niniviti ed opta per una direzione opposta (Tarsis o Tarshish). Infatti, si nasconde in una nave insieme ad una ciurma di pagani non appartenenti al popolo di Israele, i quali attraverso varie vicissitudini si troveranno a credere in Dio. Rigettando i niniviti, la salvezza raggiunge comunque l’intero equipaggio della nave. Difatti tutti quegli uomini riconoscono che l’Iddio d’Israele è il vero Dio. Lui è gettato in mare e viene ingoiato da un grosso pesce. Solo dopo aver pregato sarà vomitato dall’animale e rivedrà la luce. Nella seconda sezione Giona entra, invece, nella città di Ninive. Un simbolismo parallelo accomuna le due storie. La nave e la città stanno a rappresentare l’umanità cui è rivolta una voce sì di speranza, ma che può divenire anche di condanna se rigettata. La predicazione di Giona si limita ad annunciare sventura, non chiede ai niniviti di ravvedersi o di raddrizzare i loro sentieri. Poche parole per poche possibilità di redenzione e scarsa passione? O perché quando Dio stabilisce bastano poche parole umane?


Il messaggio del profeta è efficace di tramutare la condotta di vita dei destinatari, inducendo alla conversione e a un cambiamento sia della condizione spirituale e morale, sia quella concernente decisioni materiali. Non è necessario che pronunci tante parole, ma che quel che dice vada ad effetto e produca una reazione, proprio come nell’annuncio di Giona. I niniviti credono e reagiscono alle parole e proclamano un digiuno. Sono rimasti talmente toccati e colpiti nelle loro coscienze da estendere il processo di conversione agli animali, ricoprendoli di sacco e cenere, cosa mai accaduta in Israele. Se pur si volesse obiettare che quanto raccontato nel libro sia favola e non un fatto realmente accaduto è poco importante, poiché tutta la storia resterebbe comunque paradigmatica della nostra vita. In essa si susseguono prima la conversione dei niniviti, poi quella di Dio, il quale decide di non distruggerli così come aveva dichiarato. Le due conversioni conducono a considerare che è Giona (e noi con lui) a doversi convertire e cambiare modo di pensare. Infatti, il profeta reputava che la misericordia di Dio non potesse (ma anche che non dovesse) raggiungere i niniviti. Era pienamente conscio del Suo possibile cambiamento, mentre chi non poteva o voleva cambiare idea era lui.


Un’azione pedagogica innesca nel profeta un processo di cambiamento che ha come epilogo una serie di eventi strani. Dio è l’unico a restare sempre credibile nonostante le idee di Giona a suo riguardo. Giona allora è come un lungodegente affetto da una malattia mortale scatenata dal rancore provato contro gli assiri e i pagani in generale e da un astio nei confronti di Dio. Il Signore però se ne sta seduto al suo capezzale, e con una serie di strumenti “terapeutici” lentamente lo libererà dai suoi mali, fino a farne strumento di redenzione per altri. Colui che inizialmente non ha avuto il coraggio di denunciare diventa la voce del cambiamento e della conversione dei niniviti. La mano invisibile di Dio lo ha reso abile alla missione e in grado di scuotere una grande città del suo tempo. Sono convinto che la sua figura possa essere uno sprone ad una generazione sfidata a sfidare, chiamata a cambiare per cambiare, al rinnovamento per rinnovare, all’ascolto della voce di Dio per parlare con potenza nel Suo nome.



Puoi approfondire leggendo il mio libro "Giona, l’inaccettabile misericordia di Dio"

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Piano di lettura settimanale

della Bibbia n. 10

01 marzo Numeri 20-22; Marco 7:1-13

02 marzo Numeri 23-25; Marco 7:14-37

03 marzo Numeri 26-28; Marco 8

04 marzo Numeri 29-31; Marco 9:1-29

05 marzo Numeri 32-34; Marco 9:30-50

06 marzo Numeri 35-36; Marco 10:1-31

07 marzo Deut. 1-3; Marco 10:32-52



In memoria di John Wesley

Il fondatore della chiesa metodista si spegneva il 2 marzo 1791. Singolare un suo sogno che ho scelto per ricordarlo.


Arrivato alle porte dell’inferno, chiesi: “Ci sono qui dei cattolici romani?” “Sì, molti”, fu la risposta. “Dei presbiteriani?”- “Sì, molti”. “Dei battisti?” – “Sì, molti”. – “Dei metodisti?” – “Si, molti”. Deluso, mi diressi verso le porte del Paradiso, dove chiesi: “Ci sono qui dei metodisti?” – “No”, la risposta secca. “Degli anglicani?” – “No”. – “Dei presbiteriani?” – “No”. – “Dei cattolici romani?” – “No”. Allora domandai sorpreso: “Chi abita in questi luoghi?” – “Qui non conosciamo alcuno dei nomi che ha menzionato. Siamo tutti dei cristiani, salvati per grazia, anime lavate nel sangue di Gesù, una moltitudine composta da tutte le nazioni e da tutte le lingue”.



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Foto di Leandro Cavinatto, www.freeimages.com

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IL MIO IMPEGNO

Per rispondere all’aspirazione e al desiderio di tanti onesti credenti di trafficare i talenti ricevuti, mi sono impegnato a formare uomini e donne fedeli per “un servizio che serve”, seguendo l’invito di Gesù (Mt 20:26-27). Il materiale proposto vuole offrire occasioni di formazione e crescita personale non da paventare ad altri, ma una condivisione per crescere assieme, lontani da polemiche, accuse e ogni forma di giudizio volto a alimentare dissidi e contese inutili. Io ci provo! 

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