Fare i conti con Dio (p. 2)
- Elpidio Pezzella

- 10 mag
- Tempo di lettura: 3 min
«Il Signore fece venire un gran pesce per inghiottir Giona: Giona rimase nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore…».
Giona 2:1-2

Quando fu gettato in mare Giona pensava che la sua fine era giunta. Invece il Signore fece arrivare un grande pesce che lo inghiottì. Si ha l’impressione che Dio perseguiti il profeta e non gli lasci possibilità di decidere. Difatti mandò prima il vento, poi la tempesta, e ancora la sorte; e, nel momento in cui il mare lo poteva inghiottire e porre fine ai suoi giorni, gli mandò un grosso pesce, che differentemente da lui obbedisce. Quando il Signore decide di fare qualcosa non c’è uomo che lo possa impedire. Egli aveva deciso che Giona si recasse a Ninive, e per tale motivo lo andò a riprendere in mare per poi riportarlo indietro. Il grosso pesce è preparato per impedire a Giona di andare a fondo, e quindi per proteggerlo. Di certo appare naturalmente impossibile che un uomo “visse e stette bene nel ventre del pesce tre giorni e tre notti senza essere consumato dal calore dell’animale, e senza soffocare per mancanza d’aria”. Lo scritto vuole invece che impariamo a riconoscere il volere e l’agire divino. Il grosso pesce è anche la prova dell’intervento divino a favore di chi si dà per gli altri. Giona aveva offerto la sua vita per salvare i marinai, e Dio non lo lascia perire. Il momento più buio diviene luogo di redenzione. Vomitato sulla riva, il profeta può preparare la strada alla misericordia divina, convincendo Ninive del suo bisogno di salvezza.
La missione profetica è convincere a chiedere perdono e a lasciarsi perdonare da Dio. Il profeta non è ancora aperto alla comprensione di un Dio misericordioso e la terapia deve continuare. L’Eterno che “perseguita” il profeta, è però sollecito nel proteggerlo e liberarlo dai suoi mali. La capanna di Giona non doveva essere gran che, e l’arsura del giorno doveva recargli particolare sofferenza, nel momento che «provò una grandissima gioia» quando l’ombra della pianta lo coprì (Giona 4:6). Non puoi gioire per una pianta e non provare alcun dolore per la morte di una popolazione intera. Durante la notte il Signore trama e, allo spuntar dell’alba, prepara un verme che attacca la pianta e la fa seccare. Dio ha facoltà di togliere ciò che dona, quando questo diventa sostegno senza produrre lodi nei Suoi confronti. Un grande ricino viene distrutto da un piccolo essere. Quanto circonda la nostra vita non dura a lungo. Mentre ne stiamo godendo i benefici, improvvisamente può venire meno o esserci sottratto. Resta un atteggiamento folle legare la propria gioia e voglia di vivere alla sua durata. Dovremmo imparare piuttosto a lodare Dio per le Sue opere quotidiane, e ricordare che se il ricino non c’è più, Dio c’è sempre e comunque. I capricci da bambino non sono per i timorati di Dio: «Per me è meglio morire che vivere» (Giona 4:8).
Eliminata la pianta, occorre farlo notare a Giona. Cosa di meglio di «un afoso vento orientale»? Il Signore sa sempre come prenderci. Al vento afoso fa da cornice un sole cocente che rende veramente problematica l’esistenza. Il vero problema di Giona è solamente il rifiuto del Dio buono e misericordioso. E per lui diventa veramente insostenibile credere a un’azione di grazia dopo il suo annuncio e mentre egli attende sotto il sole. Se nulla accade, allora meglio morire. Come il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo che si arrabbia con il padre per l’accoglienza riservata al fuggitivo, così il profeta non riesce a concepire che la misericordia divina copra Ninive, contraddicendo ogni minima forma di giustizia umanamente concepita. Tutte le volte che la nostra relazione con Dio diviene una fatica che ci fa sentire autorizzati a valutare giusto o meno l’agire divino nei confronti degli altri, stiamo vestendo il mantello di Giona e siamo affetti del suo stesso male. Al fratello della parabola era accaduto proprio questo. Quasi che la gioia provata dal padre per il minore, la festa organizzata in suo onore, gli abiti nuovi e l’anello donatigli fossero state privazioni nei suoi confronti. Echeggino in ciascuno le parole del padre amorevole che dovettero ricordargli: «Figlio, tu sei sempre con me, e ogni cosa mia è tua» (Luca 15:31).
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Piano di lettura settimanale
della Bibbia n. 20
11 maggio 2Re 13-14; Giovanni 2
12 maggio 2Re 15-16; Giovanni 3:1-18
13 maggio 2Re 17-18; Giovanni 3:19-36
14 maggio 2Re 19-21; Giovanni 4:1-30
15 maggio 2Re 22-23; Giovanni 4:31-54
16 maggio 2Re 24-25; Giovanni 5:1-24
17 maggio 1Cronache 1-3; Giovanni 5:25-47


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