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  • Immagine del redattoreElpidio Pezzella

Fare quel passo

Ora tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sé per mezzo di Gesù Cristo e ha dato a noi il ministero della riconciliazione.

2Corinzi 5:18



L’apostolo Paolo ricorda che Cristo, per mezzo del quale siamo stati riconciliati a Dio padre, ci ha affidato il ministero della riconciliazione, rendendoci Suoi ambasciatori (v. 20). Rientra nell’incarico l’adoperarsi a il riappacificare cuori, persone e famiglie, il che presume che abbiamo fatto prima pace con Dio. Ed essere in pace con Lui richiede che siamo in pace con gli altri, per la serie “medico cura te stesso”. Il Vangelo non ci offre alternative: “Se tu dunque stai per presentare la tua offerta all'altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta” (Matteo 5:23-24). Proprio l’opposto di quanto perpetrato da Caino con suo fratello Abele. Sempre nel Genesi incontriamo un altro personaggio, Giacobbe, noto per alcune sue vicende familiari, ed anche come chi non si dà per vinto e con ingegno sa recuperare la fatica di tanti anni di cui altri si erano approfittati. Ma è anche colui che aveva portato via la primogenitura al fratello Esaù con un piatto di lenticchie ed era stato poi costretto alla fuga.


Dopo un ventennio lontano matura la decisione di riconciliarsi con il fratello. Quel giorno arriva prima o poi, quando bisogna fare quel passo. Come primo atto annuncia il suo arrivo: "Giacobbe mandò dei suoi messaggeri ad Esaù" (32:4). Sa che sarà un incontro difficile, quello col fratello ingannato, anche se un incontro straordinario nel guado dello Yabbòq (un affluente del Giordano) gli darà consapevolezza che Dio è con lui. Dopo venti anni di esilio, le ultima miglia diventano pesanti. Giacobbe ha paura di tornare nelle terre del fratello ingannato, ma ha deciso di incontrarlo per riconciliarsi. Esaù avrà dimenticato l’accaduto? A distanza di due decenni e un’infinità di tramonti Giacobbe convive con un tarlo nella mente. L’apostolo Paolo ci consiglia di non far tramontare il sole del primo giorno e di chiarirsi senza temporeggiare, anche quando i cuori sono infervorati e le menti annebbiate, per non dare spazio all’astio velenoso e peccare (Efesi 4:26). Ora che ha deciso di pagare il prezzo, palesa la debolezza di chi ha sbagliato e deve riparare. Quando viene a sapere che il fratello avanzava verso di lui con quattrocento uomini, «ebbe molta paura e si angosciò» (32:7). Cerca così di prepararsi la strada inviando abbondanti doni al fratello nella speranza che lo plachino (32:14-15). Il dono è come dire le prime parole, quelle che rompono il ghiaccio della separazione, e rivela il profondo legame esistente tra dono e per-dono, entrambi gesti gratuiti.


Il perdono non è mai un atto unilaterale, ma un incontro di doni. Ancora zoppicante per la lotta con l’Eterno, il soppiantatore non esita a piegarsi sette volte davanti al fratello (Genesi 33:3). Rimane fedele al desiderio di mostrarsi “servo” del fratello e questa umiltà, percepita come autentica da Esaù, sblocca la situazione: “Ed Esaù gli corse incontro, l’abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero” (Genesi 33:4). Senza umiltà è impossibile ogni riappacificazione. Esaù non ricorda più il furto della primogenitura e la sua rabbia si scioglie in un affettuoso abbraccio. La storia della salvezza è un storia di “meraviglie” inaspettate, storie di uomini che diventano strumenti di benedizione. Il fratello offeso e temuto diventa addirittura riflesso del volto di Dio nella riconciliazione. La riconciliazione diventa una teofania. “Accetta il dono dalla mia mano, perché io ho visto il tuo volto come uno vede il volto di Dio, e tu mi hai fatto buona accoglienza” (Genesi 33:10). Ogni volta che il perdono entra in scena Dio è presente. I due separati diventano nell’abbraccio tutt’uno, ma non è ancora finita. Infatti, possiamo fare mille processi, ma la riconciliazione completa arriva solo quando alla fine riusciamo “a piangere insieme”.


Chiunque abbia patito un torto sa quanto il dolore sia troppo profondo per essere risarcito o accantonato dal tempo. La sola cura efficace è che il “colpevole” vada incontro all’altro, riconoscendo il proprio errore nella speranza di trovare un abbraccio. Quando arriveranno le lacrime la lacerazione comincerà a rimarginarsi e la ferita smetterà di sanguinare, perché riconciliarsi non vuol dire cedere alle posizioni o alle violenze altrui né rinunciare alla propria identità ma semplicemente essere disposti ad accogliere chi riconosce il proprio errore. Prepara il tuo viaggio, preparati ad incontrare colui/colei che hai offeso, deluso o tradito, ed assisterai a cose impensabili.



 

Piano di lettura settimanale

della Bibbia n. 20

13 maggio 2Re 19-21; Giovanni 4:1-30

14 maggio 2Re 22-23; Giovanni 4:31-54

15 maggio 2Re 24-25; Giovanni 5:1-24

16 maggio 1Cronache 1-3; Giovanni 5:25-47

17 maggio 1Cronache 4-6; Giovanni 6:1-21

18 maggio 1Cronache 7-9; Giovanni 6:22-44

19 maggio 1Cronache 10-12; Giovanni 6:45-71

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