• Elpidio Pezzella

Senza fede non possiamo piacere a Dio

Ora senza fede è impossibile piacergli, perché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che egli è il rimuneratore di quelli che lo cercano.

Ebrei 11:6

Tutti vogliamo piacere a qualcuno, averne la stima o l’amicizia, essere nelle sue grazie. Così come credenti abbiamo in cuore il desiderio di piacere e compiacere il nostro Dio. Ecco allora che siamo pronti a compiere chissà quale impresa, a scalare montagne, a percorrere sentieri impervi, pur di ricevere la sua approvazione. La Scrittura invece minimizza e rende tutto tremendamente semplice, almeno in apparenza. Per piacere a Dio occorre avere semplicemente fede, perché senza “è impossibile piacergli”. Quale padre provvido e benigno, Dio ci ha fatto il dono della fede, il dono più importante, che ci consente di credere e afferrare le Sue promesse, ma anche di onorare le Sue richieste. Il seme della fede può essere alimentato e coltivato mediante la Parola e la predicazione di essa, unico strumento per crescere di fede in fede. Eppure molti continuano a dire di non aver fede, o di non aver fede a sufficienza. A questi oso chiedere se hanno allora un po' di speranza, perché “la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono” (Ebrei 11:1). Anche il profeta ci ricorda che la fede trova valido appoggio sulla speranza, perché se “quelli che sperano nell’Eterno si alzano in volo” (Isaia 40:31), quelli che credono passano dalla speranza alla certezza prima, e poi la certezza si tramuta in dimostrazione della fedeltà di Dio.


Proprio il capitolo 11 della lettera agli Ebrei ci fornisce un ampio elenco di “eroi” della fede, persone che hanno sperimentato come Dio mantiene veramente ciò che promette. Prima di incontrare Abramo, per tanti il padre della fede, il libro di Genesi ci presenta Noè: unico “giusto e irreprensibile” in una società talmente perversa e corrotta da meritare lo sterminio. La fede di Noè è esemplare e lo scrittore gli attribuisce un’eredità di giustizia (Ebrei 11:7). Reputato il miglior essere umano sulla faccia della terra, perché differentemente dai suoi contemporanei cammina con Dio, al punto che non esita a compiere esattamente alcuna delle cose che gli vengono comandate (Genesi 6:22). La fede che incarna è una totale arresa e fiducia in Dio. La fede gli consente di procedere alla realizzazione di un’opera abnorme, dalla raccolta del materiale all’assemblaggio finale, all’accoglienza e alla custodia degli animali. E poi di affrontare il diluvio e attendere che le acque si ritirino. Quando tutto è passato, “Noè edificò un altare all’Eterno, e prese di ogni specie di animali puri e di ogni specie di uccelli puri e offrì olocausti sull'altare. E l’Eterno sentì un odore soave” (Genesi 8:20-21). Il suo primo pensiero è ringraziare Dio.


Questo non può non piacere a Dio. Anzi, Egli gradisce l’odore soave del sacrificio, soave in quanto espressione pura e sincera della fede di Noè. Oserei dire secondo il cuore di Dio. Egli resta il rimuneratore globale, il cui occhio nulla perde e accompagna il nostro peregrinare, intervenendo di tanto in tanto a sconquassare i nostri folli progetti, come fu per quello di costruire la torre a Babele. E dalla confusione tira fuori dal suo paese il viandante Abramo, che, differentemente da Noè, non rappresenta l’uomo perfetto né incarna un essere umano al di sopra la media, è uno che impara nel viaggio a fare i conti con la precarietà e la mobilità della sua tenda. Ed è per questo che la sua fede è migrazione, alla pari della tenda mobile del tabernacolo che accompagnerà successivamente Israele nel deserto. Il viaggio cui è chiamato è anche scoperta, scoperta di sé stesso. La sua unica bussola sarà la Parola ricevuta. Abramo deve aprirsi alla fiducia e al futuro dell’avventura: “Dove ti mostrerò”. Anche questo è fede: “dimostrazione di cose che non si vedono”. La fede di un uomo sarà all’origine di un popolo e di una discendenza spirituale che giunge fino ai nostri giorni. E ciò allarga gli orizzonti del nostro credere.


La nostra fede, infatti, può alimentare la speranza e l’impegno nostro e di chi ci circonda. Sono persuaso che possiamo fare molto per cambiare le cose partendo da piccoli gesti quotidiani. Sperimentare l’intervento puntuale di Dio resta comunque una faticosa esperienza del riporre totalmente la fede solo in Lui, dopo aver compreso che “quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio” (Romani 8:8), e allora mai tirarsi indietro davanti al bisogno del prossimo. Allo stesso modo, ciascuno di noi, “come siamo stati approvati da Dio da esserci affidato l'evangelo, così parliamo non in modo da piacere agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori” (1Tessalonicesi 2:4). Probabilmente una sfida si erge davanti a te. Il diluvio, il mar Rosso, il deserto, i "giganti" di Canaan, solo alcune circostanze bibliche che ci ricordano che quello che abbiamo davanti è sì un problema serio ma anche un’opportunità da cogliere. Come affermava Demostene, sappi che esiste un’isola di opportunità all’interno di ogni difficoltà. Dopo tutto "la vita è molto semplice. Non ci sono problemi, solo prospettive. Quando hai delle difficoltà hai opportunità!" (H. Kaiser). Anche oggi puoi come Davide innalzare Dio abbattendo con fede nel Suo nome il gigante, come Ezechiele gridare alle ossa secche e invocare lo Spirito, come Elia invocare fuoco dal cielo, come Gesù sgridare la tempesta, come Paolo affrontare fiducioso il naufragio... Solo per e con fede piacere al tuo Dio.


 

Piano di lettura settimanale

della Bibbia n. 46

07 novembre Geremia 40-42; Ebrei 4

08 novembre Geremia 43-45; Ebrei 5

09 novembre Geremia 46-47; Ebrei 6

10 novembre Geremia 48-49; Ebrei 7

11 novembre Geremia 50; Ebrei 8

12 novembre Geremia 51-52; Ebrei 9

13 novembre Lamentazioni 1-2; Ebrei 10:1-18


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